Language and Lexicon

Il dizionario del dialetto istroromeno, fonti e principi di elaborazione
Petru Neiescu
Università di Cluj-Napoca

Gli istrororneni, il gruppo più piccolo e occidentale dei romeni, vivono, così come indica anche il loro nome, nella Penisola d'Istria che si trova in Croazia. Il loro nome è di origine libresca, così com'è anche il nome dei meglenoromeni o quello del macedoromeni. Gli istroromeni chiamano il gruppo di cui fanno parte con altre parole. Soltanto gli romeni e aromeni sono quelli che hanno conservato fino oggi la parola ereditata dal latino per denominare la loro lingua e la stirpe cui appartengono. Gli aromerni si dichiaravano (a)rămăn, con l'a protetica, caratteristica per questo dialetto, messa all'inizio delle parole: alavdu "lodo", aumbră "ombra" etc.

Se per gli aromeni la denominazione dì macedoni non è corretta perché loro non vivono soltanto in Macedonia (provincia che si estende su tre paesi: la Grecia, la Bulgaria, la Repubblica di Macedonia) ma anche in altre zone che appartengono a questi paesi oppure in altri paesi (Albania), per quegli altri gruppi i temini di istroromeno o meglenoromeno possono essere usati perché non sono restrittivi. II nome di vlah, dato ai megleromeni o agli istroromeni è stato preso dagli slavi con cui convivevano, gli altri nomi degli istroromeni come jeiånţi, novosåni, şuşńevitì, briåni ecc. essendo derivarti dai nomi dei loro villaggi. II termine rumun, usato per indicare la loro origine e la loro appartenenza etnica, e rumunski per nominare la loro lingua, è stato adottato dai numerosi ricercatori che li hanno visitati o dagli slavi che nominano così la lingua e la popolazione.

Il geografo Domenico Negri affermava nel 1557 che i pastori che vivevano sulla costa dalmata si chiamavano ancora Romani1. Il termine di rumer, dato loro da Irineo Della Croce, nella sua famosa opera Historia antica e moderna, sacra eprofana della città de Trieste (1698), non ha lasciato nessuna traccia nel loro parlare. Il termine è stato usato poi anche da altri: A. Glavina e C. Diculescu2, Leca Morariu3 ed è stato recentemente preso dalla "Asociaţa Culturală lu Rumeri din Istrie", creata pochi anni fa a Trieste e diretta con competenza dal dottor P. E. Raţiu di Roma. La parola scritta cosi può rappresentare una pronuncia antica rumăr, dai tempi quando la -u e la -i finale si pronunciavano ancora sillabico e la n inclusa in romanus (român, plurale români) si trovava in posizione intervocalica, rendendo possibile la trasformazione della -n- in -r-. Questa trasformazione è conosciuta sotto il [152] nome di rotacisno, fenomeno generale e collettivo nel dialetto istroromeno, frequente nel testi romeni vechi ed in lingua antiqua nelle zone in cui il fenomeno è sparito. Oggi si conserva i soltanto in qualche casale dei Monti Occidentali della località Scărişoara, La grafia con e per a o ă. è dovuta a quelli che hanno scrito la parola in una lingua che non aveva questo suono e non possedeva una lettera per ridarla. Questo fenomeno di adattare la pronuncia e la grafica è conosciuto e frequente anche in altre lingue.

A partire da Irineo Della Croce anche altri ricercatori hanno studiato la lingua degli istroromeni. Tutti sono nominati nella conosciuta monografia di Sextil Puscariu, Studii istroromâne4 e il loro contributo è stato analizzato criticamente nel terzo volume degli Studii.

Sono stati anche altri ricercatori che hanno visitato gli istroromeni ed hanno studiato il loro parìare. Ricordiamo i professori Petru Iroaie, Traian Cantemir, August Kovačec, dall'Università di Zagabria, che ha realizzato una valorosa monografia, premiata dall'Accademia Romena5, Radu flora [Flora or Ilora?], Ileana Neiescu, Aurelia Stan, Richard Sârbu, Vasile Frăţilă e, finalmente, Emil Petrovici e Petru Neiescu, che hanno fatto cinque ricerche nei posti abitati degli istroromeni ed hanno pubblicato una parte degli materiali raccolti. Questi materiali rappresentano le riposte ad un questionario di due mila domande, realizzato in modo integrale a Jeiăn, Suşnieviţa, Noselo e Sucodru, e parzialmente, a Costârcean e Zancoviţi, insieme a una ricca collezione di test registrati su nastri magnetici.

Poco conosciuto, ma molto ricco e valoroso è il materiale raccolto per Atlasul lingvistic român I, da Sever Pop (a Jeiăn e Bărdo, con un questionario di 2200 domande) ed Atlasul lingvistic romăn II, da Ştefan Paşca (a Jeiăn, con un questionario di 2700 domande), materiale valorizzato parzialmente nei dieci volumi dell'Atlasul lingvistic român6 e nei sette volumi del Micul atlas lingvistic romàn7.

Si può costatare che per il dialetto aromeno ci sono dei dizionari, di cui ricordiamo il più recente e completo, realizzato da Tache Papahagi8; per lo stesso dialetto la professoressa Matilda Caragiu Marioţeanu sta preparando un altro più completo; che per il dialetto meglenoromeno abbiamo il Dizionario di Th. Capidan9. Per il dialetto istroromeno invece ci sono soltanto dei glossati che accompagnano volumi di testi o realizzati con materiali dispersi, pubblicati dai predecessori. Ma un dizionario completo manca e per questo nel 1976 ho publicato il progetto di un dizionario10 e mi sono messo ad arricchire lo schedario.

Non insisteremo su questo programma, vogliamo soltanto analizzare la fonte più ricca da cui si estraggono i materiali: Atlasul lingvistic român ed il modo in cui è rappresentato il dialetto istroromeno nei volumi pubblicati dell'atlante o nei manoscritti.

[153] Uno dei più discussi problemi di questo dialetto fu il modo in cui è stata percepita e notata la ę (la e aperta). Quando altri ricercatori hanno fatto degli sbagli ed hanno messo e aperta nei casi in cui non era necessario, invece l'hanno omessa quando doveva essere registrata. S. Pop afferma che questo suono, rida una e finale romeno (nei villaggi della parte di Sud) ed il dittongo ea, tanto nel paesi del Sud, quanta a Jeiăn, anche se questo dittongo si conserva oggi nel dacoromeno o rappresenta questo dittongo dal romeno vecchio. Si pronuncia, per esempio, o fętę, do fęte (a Suşnieviţa), ed o fęta, do fęte (a Jeiăn), per o feată, două fete nel romeno antico.

Ma non sempre ad un suono finale romeno corrisponde obbligatoriamente a un ę (e aperto) a Sud ed a un -a a Jeiăn. Nel dialetto istroromeno si tratta della conservazione di un 'eredità dal latino in parole come gl'inde e fęriče (in italiano "ghianda" e "felce"), per ghindă e ferigă del dacoromeno, dove sono forme di singolare rifatte sotto la pressione del sistema, i sostantivi femminini avendo la desinenza -ă {capră, casă, vacă ecc). Le forme del latino singolare glandem e filicem sono diventate nel romeno antico gl'inde e ferice, forme conservate fin oggi nei dialetti a Sud del Danubio. La leggenda della fondazione del villaggio Jeiăn racconta di tre fratelli, di cui uno era cieco. Tutti e tre sono partiti a cercare dei posti migliori per fare pascolare le pecore. Hanno camminato molto e, durante una sosta, il cieco, che era anche il più anziano di loro, sedendosi per riposare, ha toccato con le mani la terra ed ha sentito la felce. Allora ha detto: uånča-i bur pemint, ke fęrice cręste " qui è terra buona perché cresce la felce" e sono rimasti là e così hanno messo le fondamenta del villaggio.

Chi ha visto il villaggio Jeiăn, collocato sulle coline carstiche dalmate [?], tra le rocce di calcare, con piccole terre che possono essere lavorate soltanto dopo che i sassi sono stati tolti, può rendersi conto di quanto sia relativa la nozione di bene e di buono11.

Nel parlare specifico di Jeiăn c'è un suono che non esiste nel dacoromeno, il sonoro fricativo velare y. Questo suono corrisponde al g del romeno. C'è anche la coppia sorda di questo suono in romeno, Sever Pop e St. Pasca hanno notato con una h tagliata con una tilde. Altre volte è stato sostituito nell'atlante con y. In una parlare precipitato questo suono è difficilmente percepito, specialmente quando una persona non l'ha nella sua lingua. Per questo i ricercatori l'hanno identificato spesso con il suono pia simile del romeno, h. Altre volte, hanno dimenticato semplicemente di aggiungere la tilde (specialmente St. Pasca).

Così, nella carta chiamata GRAPÀ DE MÀRÀCINI (1/38) "ERPICE I ROVI" a Jeiăn è notato da husta bràna. Ma. nel croato, secondo le nostre [154] conoscenze, non esiste una parola hust, ma gust, parola che significa fitte grosso, stretto, opaco. Dunque ca husta bràna non significa erpice di rovi, m erpice a denti fitti, in opposizione con erpice con denti (di ferro o di legno) r ari Dai molti esempi che si possono fare circa questo suono ricordiamo ancora h carta con il titolo TUNUL BUBUTE (5/1466) "IL CANONE ROMBA" . "RUOTAIO" (5/1543) "la persona che fa le ruote". A Jeian si è registrati calunu zahàmea (dal serbocroato zagrniti "tuonare", "rombare") e bohnaru eh ha, con sicurezza, le origini nel tedesco Wagner.

Siccome nei dìzionari è registrato il lessico, le varianti fonetiche spessi essendo trascurate (eccetto i dizionari speciali), non ci siamo proposti di ridart le varianti fonetiche ma di ridare più semplicemente i fenomeni linguistici Saranno evidenti nel lessico istroromeno gli elementi slavi, conseguenza di uni lunga convivenza con gli slavi meridionali. Cercheremo di mettere in evidenz; qualche elemento che hanno creato dei problemi, usando stavolta i material offerti ddlVAtlasul lingvistic romàn.

Dobbiamo sottolinare dall'inizio che il materiale è molto ricco m dev'essere interpretato, perché il titolo non è sinonimo alle risposte ma un tipi di definizione della nozione che doveva essere ottenuta tramite la domanda.

Per esempio: alla domanda Che cosa si mette d'inverno sulla testa sono possibili risposte come: capello, berretto di pelle di pecora, berretto ( visiera), basco, niente. Il titolo della carta sarà CÀCIULÀ "BERRETTO D PELLE DI PECORA", ed in legenda si scriverà: domanda indiretta, II titoli della carta ci aiuta a capire a che cosa si riferisce la domanda. Ma capellc basco, berretto a visiera, niente non sono sinonimi di berretto di pelle dipecori ma costituiscono risposte personali alla domanda fatta al rispettivo informatore Generalmente, tutti i titoli delle carte degli atlanti linguistici dovrebbero esseri di questo tipo: Risposta alla domanda che cosa mettete d'inverno sulla testa? Che cosa mettono d'estate gli uomini sulla testa? e non Capello e Berretto e pelle di pecora12.

Daremo qualche esempio preso casualmente éaXVAtlasul lingvisti romàn II, con riferimento a Jeiăn. Nella carta URC DEALUL (5/1373 "SALGO LA COLLINA" è notato: mey àn vrh. In mey riconosciamo il present dell'indicativo del verbo MERGE (ir. meje "andare" e vrh significa collina No! Gli istroromeni hanno codru o brig per monte, collina. Dunque mney à vrh ha il senso salgo, vado in su (anche su una collina).

Nella carta ZI DE ZI (II MERGE TOT MAI BINE) (5/1496) "E GIORNO IN GIORNO (GLI VA SEMPRE MEGLIO)" c'è la risposta: zii dupa zita ài meje vàvdc mai tamno ma i redattori non hanno tradotto: gli v peggio. Uno che non è iniziato darebbe in dizionario la parola tàmno con [155] senso bine "bene", quando significa il contrario, rau "male". Questi erron devono essere corretti.

Ma il desiderio di correggere gli sbagli può costituire anche una trappola per quello che vuoli fare un tale lavoro. Nella carta MESTEACÀN (2/602) "BOSCO DI BETULLE" c'è la parola wàrbovina che deriva dalla parola croata vrba che significa salde "salice". Il redattore della carta ha messo, dopo la risposta il punto interrogativo [?] per indicare che ha dei dubbi in quello che riguarda la risposta. I dizionari serbocroati che ho consultato danno per vrbovina il senso lemn de salde, pàdure de salde "legno di salice", "bosco di salice". Sembra che, sia l'informatore, sia l'inquirènte, non abbiano capito qualcosa (il primo non ha capito la domanda, il secondo non ha capito che la risposta è sbagliata, e saremo tentati a credere che vàrba significa salde "salice", soprattutto perché il redattore ha messo il punto interrogativo. Abbiamo visto il manoscritto originale ed abbiamo costatato che S,t. Pa§ca non ha messo il punto interrogativo dopo la risposta, dunque è stato messo dal redattore a metterlo. Quando abbiamo fatto anche noi l'inchiesta a Jeiăn, abbiamo ottenuto la stessa risposta: vàrba per mesteacàn "betulla". Sapendo che vrba significa nel serbocroato "salice", abbiamo insistito con la domanda, ma l'informatore ha mantenuto la risposta. L'ho domandato allora quale sarebbe la parola croata per vrba e l'informatore (Marmilif Ivan, Sepalo) mi ha risposto con prontezza: breza cioè mesteacàn "betulla"13 .

Sulla carta S-AU ÌNCÀIERAT LA BÀTAIE (4/979) "SI SONO PRESI A PUGNI, SI SONO PICCHIATI" esiste la risposta s-av posnit na teze\ Tanto quello che ha fatto l'inchiesta, quanto il redattore, non conoscendo il serbocroato, hanno confuso la prima sillaba del verbo natezei con la preposizione na, che' esiste in molte lingue slave ed ha senso a e tezei, parola inesistente, l'hanno considerata come se fosse la parola pecchiata. Pomi non significa a se incàìera "picchiarsi" ma a incepe "cominciare", e na tezei non significa batate "picchiato", la parola corretta è natezei (in una sola parola) è proviene dal serbocroato natezatì (se), dove ha più sensi, alcuni presi anche dagli istroromeni: tirare, stendere, forzare, strappare, esitare, e con senso figurato misurarsi le forze con qualcuno.

C'è un altra carta S-AU LUAT DE PAR (4/973) "PIGLIARSI A CAPELLI" dove troviamo la risposta s-a nateze'it de per. Qui nateze'i non ha il senso di prinde "prendersi", ma di trage "tirare". Stavolta la parola è scritta correttamente, non è divisa.

Qualche volta il malinteso tra l'investigatore e l'informatore è chiaro. Nella carta PORUMBIS.TE (1/119) "POSTO DOVE SI COLTIVA GRANTURCO" si è risnosto: lócu dénde-i voberito. Pobirati (nobrati) è un [156] verbo prestato dal serbocroato ed ha il senso: a culege, a recolta "cogliere", "raccogliere". Dunque la risposta non doveva stare in questa carta.

Faremmo un altro esempio che appartiene al campo mestiere del mugnaio. A Jeiăn manca l'acqua, dunque anche un mulino a l'acqua, ma l'informatore ha visto chissà dove tali mulini e sapeva qualcosa su di loro. STAVILAR STERP (1/152) "DIGA STERILE" è un canale per cui passa l'acqua quando non funziona il mulino. Per questa nozione si è ottenuta, a Jeiăn, la risposta Mésa. Nelle carte che seguono: RIDIC STAVILA, (1/153) "ALZO LA DIGA" e LAS, COBOR STAVILA (1/154) "ABBASSO LA DIGA" ci sono le risposte: dvihnés liésa (sbagliato con h invece di y) e làsu liésa. Evidentemente liésa ha il senso di sfavila "diga" ed è fatta dalle verghe, come dappertutto. Noi stessi abbiamo notato a Jeiăn: Masuna-i prìyradita cu lese, cosa che significa che / 'ovile è circondato da una rete di verghe.

Nella carta (FRUCTE) CRUDE (1/203) "(FRUITI) IMMATURI" è stato scritto: Itiselo con l'indicazione [s] che mostra sostantivo. Ma l'indicazione [s] manca dalla scheda originale ed è stata aggiunta sbagliatamente dal redattore della carta, perché Itiselo è un aggettivo proveniente dal croato e signica acni "acre", notato anche da noi: kisel làpte, "latte acro, yogurt". Dunque l'informatore non ha risposto come si chiamano i frutti immaturi, ma che gusto hanno.

Nell'elenco di "trappole" aggiungiamo altri esempi. Nella carta PUTINEI (2/307) "VASO DI LEGNO IN CUI SE METTE IL LATTE PER ESTRARRE (PREPARARE) IL BURRO" sul territorio dacoromeno, insieme ai sinonimi dati come risposta, ci sono delle risposte che affermano che il burro si ottiene dal latte mescolando e battendo, con un cucchiaio, in una pentola, o in un piatto di terracotta (o di legno) o in qualche orciolo (quando si prepara poco). A Jeiăn si è risposto salita e zdilita. Zdilita è la forma istroromena della parola croata zdelica, diminutivo per zdela "piatto" e salita diminutivo per .salja, solja "orciolo". Queste parole non sono sinonimi, ma sono delle risposte alla domanda: in che cosa si prepara il burro? Gli ìstroromeni hanno una parola per il vaso dove si prepara il burro: muntàr ed apparisce in altre risposte notate sull'atlante. Così la carta MATCÀ (2/308) menziona con muntàr e bàtu de muntàr ciò che significa la ruota di questo strumento e la coda dei batocchio e la parte del vaso composta di una tavola rotonda con buchi, pi ù piccola dei diamnetro interno dal vaso e che presenta in mezzo una coda di legno. Con movimenti verticali successivi si agita il latte fino quando si separa il burro. Anche in Romania, in tredici località, non si è ottenuto il nome per màtcà ma, come a Jeiăn, soltanto le parti componenti. Gli istroromeni hanno anche un verbo (zjmuntari "estrarre il burro". La parola si trova anche nel parlare croato nella zona Lika, vicino ad Istria, con il senso di [157] "mortaio" e rappresenta una variante per mòrtàr, con lo stesso senso di "mortaio" abbastanza diffuso nella parte oriei ntale del serbocroato (per esempio Dubrovnik) ed è un prestito dialettale veneto: mortar {mortaio) del italiano litterario, ereditato del latino mortarìum14. Dunque, zdìlita verrà tradotto con il termine piattino.

Ricordiamo che nell'atlante ci sono anche altri tipi di sbagli. Per esempio, nella carta SLOI DE CEARA (1/273) "GHIACCIOLO DI CERA" a Jeiăn si è risposta cuz de cier. La parola cuz non esiste, c'è invece cus, che proviene dal sebocroato kus, con il senso pezzo. Sarebbe sbagliato se nel dizionario fosse data la parola kuz come corrispondente per il dacoromeno sloi. Z si spiega tramite la fonetica sintattica: la s finale è diventata sonora a causa della consonante sonora che segue il d che si trova nella preposizione di. Quello che ha fatto l'inchiesta avrebbe dovuto notare cuz de cter, se avesse conosciuto la parola cus, usando il segno per "liaison". La mancanza di questo segno è dovuta al fatto di non aver percepito il fenomeno di sandhi, conosciuto anche nelle altre lingue.

Continuiamo gli esempi. Per CAS DULCE "CACIO DOLCE" Pasca ha notato frijàcàs. La parola frijà non esiste nell'istroromeno, c'è invece frijàc che proviene dall'aggettivo serbocroato frisak, -ska, ~sko, con il senso ài fresco, recente. Dunque si tratta di un cada fresco, che non è fermentato, II e finale dell'aggettivo è sparito a causa del e che segue nella parola càs. Il fenomeno è normale e l'investigatore, se avesse conosciuto la parola, avrebbe dovuto unire le parole tramite il liaison (_) oppure avesse ortografiato con una linea: frijà' càs. Sono, questi, segni che farebbero attento quello che legge la risposta: si tratta di un accidente fonetico. Nel parlare precipitato tutti pronunciamo così. Gli esempi di questo tipo sono numerosi nell'atlante ed il redattore del dizionario li deve interpretare e correggere.

Ma non soltanto nell'atlante ci sono degli sbagli. Quasi in tutte le fonti c'è ne sono ed è necessario che siano corretti o, semplicemente, ignorati. Dobbiamo affermare che i materiali più corretti e più sicuri sono quelli di S. Puscariu, A. Kovačec e, senza falsa modestia, quelli raccolti da E. Petrovici e da noi.

Se snidiamo Texte istroromàne di Traian Cantemir ed il suo glossario troviamo che per il verbo veri "venire" egli da 23 sensi di cui ricordiamo: a veni "arrivare" (verit-a case), a cobort "scendere" (a veritjos), a creste "crescere" (verit-a mare), a deveni "diventare" (verit-a bur), a iesi "uscire" (vent-a din ape), a se ìmbogàti "arricchirsi" (verit-a bogàt), a imbàtràni "invecchiare" (verit-a betàr), a se insera "imbrunire" (verit-a sera), a intineri " ringiovanire" (vent-a tirer), a se ìntoarce "ritornare" (verit-a nàzat), a intra "entrare" (verit-a [158] nxmtru), a se usca "asciugare" (verit-a uscate), a rasarì "levare" (sorele virefàre) a se imbolnàvi "ammalarsi" (vent-a bolàn) etc. Noi abbiamo ridotto tutto i cinque sensi, così come si vede dal progetto del dizionario, Al primo sensc abbiamo specificato: "Seguito dalla preposizione in "in" e din "da" < da'awerbio di luogo, indieca la direzione ed il luogo da cui si viene o si va".

Pure il famoso conoscitore del dialetto istroromeno, S. Puscariu, che ni ha fatto la migliore monografia, ha sbagliato qualche volta e pu ò essere corretto Per esempio, nel suo glossario per a trage "trare", "tirare" (a Jeiăn tràje Puscariu da il significato a vasti "remare", estratto dall'esempio mergu la t bariate si se tràgu. Noi abbiamo dato quattro sensi per questo verbo: 1. Trarre portare, trascinare. 2. Portare, trasportare. 3. Viaggiare, andarsene, passeggiare Per S. Puscariu abbiamo fatto anche il senso 4. Remare, seguito dal punt( interrogativo. Evidentemente che per fare una passeggiata con la barca dev remare (se non ha motore), se me tràgu in bicicletta devo pedalare pe muoverla, ma in questo esempio me tràgu non signifaca pedalare o muovere piedi.

Ci fermiamo qui, anche se gli esempi possono continuare.

Vi sono tanti problemi nell' elaborare il dizionario, su cui abbiami riflettuto molto:

  1. Abbiamo il diritto di notare in dizionario parole e forme di cui siami convinti che sono sbagliate, soltanto per non intrometterci ne materiali dei predecessori?
  2. Abbiamo il diritto di correggerli, nonostante il rischio di sbagliare?
  3. Ignoriamo le forme dì cui siamo convinti che sono sbagliate eliminandole dallo schedario?
  4. Si possono dare anche le forme sbagliate, o considerate da no sbagliate e richiamare con un punto interrogativo [?] l'attenzione?

Abbiamo riflettuto su tutto ciò e consideriamo che non dobbiamo esser gli schiavi dei principi rigidi. Un po' d'elasticità è possibile anche nei lavo] lessicografici, in cui, generalmente, si rispettono le norme tecniche. A second; del materiale, combineremo i punti dì vista esposti sopra.

I nostri intenti sono di includere le parole e le forme (no necessariamente e varianti fonetiche) che esistono nelle opere pubblicate o ne manoscritti e che sono state o possono essere spiegate. Il professore A. Kovacei ci ha offerto con generosità un glossario composto da lui e per questo 1 ringraziamo. Speriamo che anche il professore Lorenzo Massobrio, il direttori dell*Atlante linmiistico italiano ci accorderà il nermesso di consultare [159] materiali raccolti per l'atlante dal professore Ugo Pellis, nei villaggi istrororneni. La richiesta per il signor Massobrio è stata già fatta, dobbiamo soltanto ottenere il suo accordo. Ogni volta sarà indicata la fonte da dove è stato estratto il materiale.

Sappiamo benissiutto che il numero delle parole-titolo non sarà completo, sarà limitato, perché nei testi che possediamo appaiono casualmente le parole e soltanto le risposte ottenute per i termini seguiti nei questionari, ma il fondo lessicale principale sarà rapresentato. Esistono anche parole ereditate, che fanno parte della terminologia d'alcuni mestieri, che possono sfuggire perché non sono state incluse nei questionari e non sono apparse nelle conversazioni avute dai ricercatori con gli istroromeni o nei testi esistenti. Per ciò abbiamo l'intenzione di seguire tutti gli elementi d'origine latina o autoctona conservati in romeno, nei villaggi abitati dagli istroromeni. Così come ha fatto Matteo Bartoli per quelle trecento parole d'origine latina, parole pubblicate da S. Puscariu sotto il nome di Listele lui Bartoli "gli elenchi di Bartoli". Un tale elenco esiste nel manoscritto. L'abbiamo elaborato insieme a tre colleghi16 per un volume del Trattalo della storia della lingua romena, che dovrà trattare il periodo del romeno comune, prima della divisione in dialetti. L'elenco non contiene soltanto elementi latini o autoctoni ma l'intero fondo lessicale di questo periodo ricostituito dai dizionari, dai testi vecchi e dal paragone fatto tra i quattro dialetti dei romeno. Non so se riuscirò a seguire nei villaggi istroromeni questo elenco di parole. Forse una collaborazione con i colleghi croati ed italiani e con gli uomini di cultura parlanti di questo dialetto, sarebbe profittevole. Il dizionario può apparire anche senza quest'elenco, ma se fosse possibile questo fatto, la qualità del dizionario guadagnerebbe.

Una volta stabilito l'inventario lessicale, con enunciati per ogni parola e senso, potranno essere pubblicati altri due dizionari, avendo come punto di partenza il nostro: un dizionario italiano -istroromeno ed uno croato -istroromeno. Io avanzo la proposta di una collaborazione ai colleghi italiani e croati (un grande specialista si trova tra di noi, si tratta del professore A. Kovačec). La collaborazione sarebbe utile, specialmente per stabilire le etimologie, perché gli istroromeni sono venuti in contatto con altre lingue è ne hanno dubito l'influenza. Il dizionario può aprire anche senza indicare l'etimologia delle parole ma sarebbe un peccato rinunciarci, perché le etimologie riflettono i risultati della convivenza tra gli istroromeni e gli italiani oppure i croati d'Istria.

Finito il dizionario nella forma concepita ed esposta ora, ho l'intenzione di fare una variante istroromena-dacoromena. Questa cosa è possibile anche per le varianti istroromeno-croato ed istroromeno-italiano, realizzate in collaborazione [160] con gli specialisti che conoscono l'italiano ed il croato. Degli specialisti il italiano ci sono anche a Cluj. Troveremo forse anche dei collaboratori italiani i croati e persone che siano disposte a sponsorizzare il nostro sforzo? Sono de problemi che rimangono aperti per il futuro ma indifferentemente dell* circostanze, noi conitinueremo a lavorare17.

Forse troveremo un pò d'aiuto presso associazioni che si sono proposti la salvarguardia del dialetto istroromeno che sta per sparire. Mi riferisco qu all'Associazione d'Amicizia Italo-Romena "Decebal" diretta dal dottori E. Curtis, grazie al quale ci troviamo qui; ali Associazione Culturale degl Istroromeni "Andrei Glavina", con la sede a Trieste, diretta dal dottore P. Ratiu che svolge un'attività notevole; al Parlamento Culturale degli Istroromeni costituito in Croazia. Considero che queste associazioni, insieme alla Società "Ginta Latina", con la sede ad Iasi, diretta dal dottore Vlad Bejan, che ha fattt delle proposte concrete per rapporti con gli istroromeni (gemellaggi tra villaggi, l'invito di gruppi d'istroromeni in Romania come ospiti d quesforganizzazione) e con la Società Romena di Dialettologia, con la sede Cluj-Napoca, da poco costituita si possono salvare le isole linguistiche romene Tramite trattati ufficiali tra la Romania e la Croazia è stato assicurato il quadri legale per lo sviluppo delle attività, che hanno come scopo Faffermazion deh" identità nazionale e culturale dei romeni che si trovano in Croazia e de croati di Romania. Personalmente ho visto delle cose importanti realizzate il Romania per i croati che si trovano nella zona del Banat. Di quello che si è fatt per gli istroromeni ho saputo tramite il posto nazionale di telev isione ed ho letti sui giornali. Considero che l'attività comune debba essere estesa anche nei paes e nelle zone in cui i romeni, per sfortuna, non sono riconosciuti comi minoranza nazionale, e non hanno nessun diritto, benché in alcuni casi il lor< numero sia grande (come in Grecia, Albania, Bulgaria, nella Valle del Timoco)

Prima di concludere, devo ricordare che losif Popovici, quando hi visitato gli istroromeni, sebbene fosse originario della zona del Banat, ch< faceva parte dall'Imperio Austriaco-Ungherese, come la zona d'Istria, bench fosse lettore all'Università di Vienna, a causa alle incitazioni e le denunce de prete Flegar di Susnievita, ha sofferto molto, essendo seguito daperttutto e< arrestato.

Sextil Puscariu è morto con il rimpianto di non aver visto g istroromeni nel loro ambiente, perché non è mai stato in Istria. Ha usato molto risultati offerti dal suo amico A. Belulovici, studente a Vienna quando Puscarii vi era lettore, ed anche i materiali del suo collega ed amico, il professor Matteo Bartoli.

[161] Dopo la prima guerra mondiale, quando l'Istria apparteneva all'Italia, si è mostrata simpatin per gli istroromeni. Faremo un esempio: nel fondo Tagliavini che si trova nella Bibboteca dell 'Università d'Udine c'è un annuncio tagliato dal giornale Vocea Bucovinei ("La Voce della Bucovina"), datato il 6 aprile 1930, mandato da Lcca Morariu a Carlo Tagliavini, con il titolo "L'istroromeno, lingua ufficiale d'Istria" ed ha il seguente contenuto: "II professore Leca Morariu riceve (cominciando dal 13 marzo 1930) da Valdarsa (che è il centro degli Istroromeni che vivono sotto il Monte Maggiore) la trionfante notizia da parte del vicepodestato Fabio Branca "Ho introdotto in Ufficio l'esclusività dei romeno, cosi che tutti gli abitanti del Comune, anche quelli che usualmente a casa non parlano il romeno, ad esprimersi quando vengono in Municipio nella lingua romena oppure in italiano". Come postscriptum il vicepodestato di Valdarsa (Susnevita) aggiungeva: "Ho imparato a parlare questo dialetto e sono contentissimo". Questo clima favorevole ha fatto possìbile la fondazione della scuola elementare di Valdarsa (Susnevita), dove Andrei Glavina è stato insegnante per qualche anno: la scuola è stata chiusa dopo la sua morte. Glavina scriveva molto addolorato al suo professore A. Vichi di Blaj, il 18 luglio 1904: " È doloroso per noi che i romeni vanno più volontieri ad Abbazia, Venezia, Nizza, Karlsbad che ai loro fratelli d'istria"19. La constatazione di Glavina è rimasta valida anche ai nostri tempi20.

E peccato che le autorità romene tra le due guerre mondiali, che sempre hanno mostrato tolleranza per le minoranze del proprio paese (hanno fatto licei d'insegnimento nelle lingue delle minoranze, per tedeschi, ungheresi, ebrei ma anche quelle poco numerose scuole elementare per i cechi, albanesi, turchi, croati ecc.21) non hanno fatto lo stesso per i meglenoromeni e gli istroromeni, dopo la morte di Glavina. Lo sforzo di S. Pop, che ha portato in Romania due ragazzi, uno di Jeiăn, altro di Susnievita e li ha iscritti con borse di studio alla scuola per insegnanti a Blaj, con l'intenzione di tornarse come insegnanti nei loro villaggi, è stato interrotto dalle guerre mondiali e poi a causa dei rapporti tesi tra la Romania e l'Jugoslavia. C'è stato un tentativo anche per gli aromeni della Grecia, della Macedonia, dalla Bulgaria e dall 'Albania, dove a partire con gli ultimi decenni del secolo scorso, si sono fondate oltrecento scuole romene, di cui erano anche tre licei: a Salonic, Bitolea (Monastir) e Sofia, ma oggi tutte le scuole sono chiuse.

Le ricerche istroromene, interrotte a causa della seconda guerra mondiale, sono state riprese dopo quasi trent'anni, dopo che si sono normalizzati i rapporti tra la Romania e l'Jugoslavia. Sarei ingiusto se non ricordassi che, durante i miei viaggi hi Istria, ho avuto tutta la libertà di muovermi ed attivare, senza nessun impedimento da parte delle uffìcialit à ed [162] approfitto dell'occasione per ringraziare il professore A. Kovačec che ci ha accompagnati ed aiutati in quattro dei nostri cinque viaggi. Ringraziamo anche il professore Vojmir Vinja. il famoso specialista in lingue romanze dell'Università di Zagabria che ci ha dato un importante aiuto.

Concludo con la speranza che assieme troveremo le modalità di portare a termine le proposte fatte prima e tengo a ringraziare molto il signor Ervino Curtis a l'Associazione di Amicizia ìtalo-Romena "Decebal" che mi ha dato l'opportunità di essere oggi cui assieme a voi per esporvi le mi e preoccupazione riguardanti gli istroromeni e per l'ultimo, ma non meno importante, mi congratulo per la buona riuscita e l'utilità di questa iniziativa. [163]


Note:

  1. Cf. S. Puscariu, Studii istroromàne. II, p. 10, nota 1.
  2. Calindaru lu rumeri di Istrie, 1905.
  3. Lu frati nostri. Libra lu rumeri din Istrie, Suceava, 1928.
  4. S. Puscariu, Studii istroromàne, in colaborare cu M. Bartolì, A. Belulovìci s,i A. Byhan, Bucuresti, voi. I, 1905, voi. II, 1926, voi. m, 1929.
  5. A. Kovačec, Desctierea istroromànei actuale, Bucuresti, 1971.
  6. Atlasul lingvistic romàn, Partea l, Sub conducerea luì Sextil Puscariu, de Sever Pop, voi. I, Cluj. 1938; voi. II, Sibiu-Leipzig, 1942; Atlasul lingvistic romàn, Partea II sub conducerea lui Sextil Puscariu, de Emil Petrovici, voi. ì, Sibiu-Leìpzig, 1940, voi. I, Suplement, Sibiu-Leipzig, 1940; Atlasul lingvistic romàn, serie nouà, voi. I, sub directia acad. E. Petrovici, redactor principal: Ioan Pàtrut, colaboratori: Pia Gradea, Petru Neiescu, Malvina Patrut, losif Pervain, au colaborat parti al: Grigore Rusu, Ionel Stan, Lidia §erdcan, Bucuresti, 1956; voi. II, sub directia acad. E. Petrovici, redactor principal: Ioan Pàtmt, redactorì: Pia Gradea, Petru Neiescu, Malvina Patrut, Ionel Stan, colaboratori: losif Pervain, Grigire Rusu, Lidia §erdean, Maria Zdrenghea, Bucuresti, 1956; voi. Ili, sub directia acad. E. Petrovici, redactor principal: Ioan Pàtru^, redactori: Pia Gradea, Grigore Rusu, Lidia §erdean, Bucuresti, 1961 ; voi IV, sub directia acad. E. Petrovici, redactor principal: Ioan Pàtrut, redactori: Pia Gradea, Grigore Rusu, Lidia S.erdean, Bucuresti, 1965; voi. V, sub directia acad. E. Petrovici, redactor principal: Ioan Patrut, redactori: Pia Gradea, Rodica Orza, colaboratori: Doina Grecu, lon Marii, Gabriel Vasiliu, Bucuresti, 1969; voi. VI, sub directia acad. E. Petrovici, redactor principal: Ioan Patru^, redactori: Pia Gradea, Rodica Orza, colaboratori: Doina Grecu, lon Marii, Gabriel Vasiliu, Bucuresti, 1969; voi. VII, redactor pnncìpal: Ioan Pàtrut, redactori: Pia Gradea, Doina Grecu, lon Marii Rodica Orza, Bucuresti, 1972.
  7. Micul atlas lìngvisiic romàn, Partea I sub conducerea lui Sextil Puscariu, de Sever Pop, voi I, Cluj, 1938; voi. II, Sibiu-Leipzig, 1942; Micul atlas lingvistic romàn, partea II, sub conducerea lui Sextil Puscariu, de Emìl Petrovici, voi. 1, Sibiu-Leipzig, 1942; Micul atlas lingvistic romàn, serie nouù, voi. I, sub directia acad. Emil Petrovici, redactor principal: Ioan Patrut, redactori: Pia Gradea, Petru Neiescu, Malvina Patrut, §tefania Pop, au colaborat partial: Elvìra Popovici, Grigore Rusu, Ionel Stan, Lidia §erdean, Bucuresti, 1956; voi. II, sub directia acad. E. Petrovici, redactor principal: Ioan Pàtrut, redactori: Pia Gradea; colaboratori: Rodica Orza, lon Marii, Bucure§ti, 1967; voi. Ili, sub directia acad. E. Petrovici, redactor principal: Ioan Pàtrut, redactori: Pia Gradea, Rodica Orza, lon Marii, Bucuresti, 1967; voi. IV, redactor principal: Ioan Patrut, redactori: Doina Grecu, lon Marii, Rodica Orza, Bucuresti, 1981.
  8. Tache Papahagi, Dìctionarul dialectului aromàn, generai si etimologìe, Bucuresti, 1963, (ed. 1), 1974 (ed.'ll).164
  9. Th. Capidan, Meglenoromànìi, III. Dìctionar meglenoromàn, Bucuresti [1935].
  10. Petru Neiescu, Pentru un dictionar istroromàn, in "Studii si cercetari lingvistice", Bucuresti, 1976, nr. 5,p. 529-535.
  11. Questa leggenda mi riccorda una discussione con un mìo amico che fu il medico. Vi chiedo il permesso di raccontarla. Eravamo nei Monti Occidentali, a pescare le trotte. Passando per un vìlaggio, il mio amico ha fatto la proposta di visitare un suo expaziente, che ci avrebbe ospitati come se fossimo dei re. Allora io gli ho chiesto che bene aveva fatto a quest'uomo. Lui mi ha risposto: "Gli ho tagliato un piede". Ridendo, io ho commentato: "Che gran bene!" Ed il medico ha aggiunto: "Non ridere, se io non gli avessi amputato il piede, sarebbe morto".
  12. Legato a questo modo dì formulare la domanda, posso raccontare che nell'atlante c'è una domanda formulata così: Come si afferma che è un uomo quando teme per sua moglie? La risposta doveva essere: geloso ma uno degli informatori ha risposto con prontezza: stupido. In questo caso il lessicografo doveva notare per la parola geloso anche un senso stupido? Certamente no! Geloso e stupido non sono dei sinonimi e la risposta indica la reazione dell'informatore, il suo parere personale sugli uomini gelosi.
  13. Questo fatto mi ricorda una cosa, successa a Sever Pop, mentre faceva le inchieste per l'Atlante linguistico romeno. Quando ha fatto la domanda: Cum numiti gaza care face mìere? "Come nominate l'insetto che fa il miele?" ha ottenuto come risposta la parola stup "amia". Credendo di non aver capito bene la risposta l'ha istituito precisando che / arnia è la cassa o il cesto dove vivono questi insetti ed ha aggiunto che deve esistere un altra parola per quest'insetto. Allora l'informatore ha risposto: albina "ape". Pop ha cancellato la parola stup "amia" e l'ha sostituto con la parola albina "ape". La domanda è stata ripetuta anche in altri villaggi ottenendo la stessa risposta, ed ogni volta l'ha corretto, fino quando, un giorno, ha visto la moglie dell'informatore che aveva un occhio gonfio. "Che cosa e successo alla donna? " ha domandato S. Pop e l'informatore ha risposto: "A intepat-o un stup" "l'ha punta un'amia". Soltanto in quel momento ha capito che, nella stessa zona, arnia significa ape ed ha coretto l'errore.
  14. Cf. Rijecnik hrvatskoga ili srpskoga jezik, Yugoslovenska Akademije znasnosti ili umjestnosti, Zagreb, 1880, sv. mùntar, mòrtàr. Cf. e CL, IX, nr. 2, p. 203-204.
  15. Bucureşti, 1959.
  16. V. Breban, Ileana Neiescu, Aurelia Stan.
  17. L'anno scorso l'Accademia Romena ha approvato il progetto ed ha offerto anche un aiuto materiale che consiste in un computer ed una imprimante per redazione ì] dizionario ed ha approvato che il lavoro continua.
  18. II signor professor V. Fratila dell'Università di Timisoara cì ha trasmesso questa notizia copiata da lui dal fondo sopranominato. Le portiamo gli auguri anche in questa maniera.
  19. Cf. S. Puşcariu, Studii istroromàne, II, p. 47.165
  20. Conosco linguisti romeni che hanno passato le vacanze sulla riva dell'Adriatico, che hanno percorso in macchina la distanza da Trieste a Dubrovnik, ma non hanno fatto un piccolo giro per visitare gli istroromeni.
  21. A. Carasova, località abitata dai croati, era un insegnante di Susak (Rijeka, Fiume).

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Created: Monday, August 22, 2005; Last Updated: Wednesday, August 04, 2010
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